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Orvieto con Gusto
Storia del vino
“C'è in Etruria una città che chiamano Vinaria e che dicono oltremodo forte perché in mezzo alla stessa si accampa un colle sopraelevatesi per trenta stadi, e ricco nella sua parte bassa d'ogni specie di vegetazione e di acque”.
Con queste parole, un ignoto autore greco (per secoli identificato in Aristotele), evocava il luogo dove forse sorgeva l’Orvieto antica.
Più precisamente, in questo testo sulle genti etrusche, Orvieto diventa “Oinarea” (Οιναρεα): la città dove scorre il vino, lasciando intendere, tra le righe, una fama che già 2500 anni fa doveva conoscere una solidità non effimera.

Tomba GOLINI I - Banchetto degli dei nell'Ade
Più tardi, nel 260 a.C., i romani invasero e distrussero la città etrusca (il cui nome originario era Velzna trasformatosi poi in Urbs Vetus) costringendo i suoi abitanti a trasferirsi in massa a “Volsinii Novi” (l’odierna Bolsena).
Nonostante l’esilio, la produzione di vino dovette occupare ancora gran parte delle attività degli orvietani. I recenti scavi effettuati in località “Pagliano” (nella zona di confluenza del fiume Paglia con il Tevere) hanno consentito di individuare un porto romano, attivo tra il I e il IV secolo d.C. Le strutture di questo porto fluviale – emerse attraverso successivi interventi e oggi aperti al pubblico – fanno pensare che si sia trattato di uno scalo piuttosto importante, tanto da giustificare la presenza “ville” romane di produzione agricola. E che il porto fosse collegato con l'entroterra sembra assicurato dalla presenza di ben sedici macine di mulino e di anfore vinarie e olearie. Tutto ciò sembra suggerire che i prodotti della terra costituivano la principale merce scambiata a Pagliano. Sempre nel punto di incontro fra i due fiumi dovevano erigersi due sacelli: uno del dio Tevere e un altro dedicato a Venere Vincitrice. .
Con la crisi dell’Impero la città vecchia venne ripopolata e ricostruita. Nel 1137 Orvieto divenne comune. Ed è proprio nel codice statutario della nuova realtà politica (“Carta del Popolo”) che si rinviene un’apposita rubrica destinata alle pene da applicare a quanti deturpino le vigne altrui.
Nel 1192, appena dopo la conclusione dell’assedio posto alla città da Enrico IV, il Comune di Orvieto concesse esenzioni dalle tasse a quanti avessero piantato viti. Attorno al 1200, nel giuramento prestato dai Consoli prima di prendere possesso della Città, è detto che avrebbero salvaguardato le strade, i luoghi più importanti della città e del territorio....e naturalmente le vigne.
Le vigne erano, dunque, un luogo protetto dalle leggi “speciali”, ma non sicuri della loro osservanza gli stessi Consoli, nel 1295, nominarono i Custodi delle vigne che avevano il precipuo compito di controllare le piantagioni, la produzione e l’andamento dei lavori nei vari periodi dell’anno.
Nel 1371 la disposizione pro feriis del Comune di Orvieto prevedeva un mese di ferie, dal 14 settembre al 18 ottobre, per consentire ai proprietari di vigne di reclutare lavoranti stagionali per la vendemmia.
La qualità del vino di Orvieto vanta illustri estimatori.

"Bevi se puoi" - Ceramica Orvietana del XV secolo
Nel 1496 il contratto stipulato tra l’Opera del Duomo e il Pinturicchio concede al pittore sei quartenghi di grano per ogni anno.... e il vino necessario. Nel 1500 nell’accordo siglato tra l’Opera del Duomo e Luca Signorelli per la realizzazione degli affreschi, è scritto che l’Opera dovesse consegnargli ogni anno 12 some di vino (circa 1000 litri). “item che la fabrica sia obligata a darli, per lo tempo che lui lavora continuo, dui quartenghe di grano al mese e dodice some di mosto per ciascun anno alla vendebia incomensando alla vendebia proxima che verrà”.
Per quanto riguarda la varietà dei vini sul mercato, oltre al vino più puro, ricavato dal mosto delle uve locali – che in certa misura si commerciava allungato – si importavano a Orvieto anche altri vini, come il vino “greco” (napoletano), la vernaccia genovese (guarnaçça de genua) il vino marchesino. Dall’importazione dei vini al trapianto di altri vitigni il passo fu breve. E così, il Trebbiano e il moscatello si aggiunsero, oltre al greco “vel fianum” e alla vernaccia, ai vitigni autoctoni. (A.Satolli – Atlante del Gusto – Anno 2000, CD ROM)
Risale al 1596 lo Statuto dell’Arte degli Osti della Città’ d’Orvieto, sotto il quale “ogne giurato dest’arte predetta deve stare et obedire....” Si tratta di un volumetto di circa 78 fogli legati con una coperta in pelle decorata, conservato presso la sezione dell’Archivio di Stato di Orvieto (Arti, 838). In epoca più vicina alla nostra è già tracciata un’idea del vino di Orvieto a denominazione di origine controllata.
